Lo vi, ese tío tan desconfiado, tan preocupado por la lejanía de la jaula más cercana. Pasó las mañanas de su vida soñando sus tardes futuras y las tardes del ahora esposado a su miedo.
Querido, toma esta llave y piérdela, no hay más.
Ricordo quella mattina complicata, quando tra le lacrime mi venne detto “ora non puoi, lo farai in futuro”.
Vent’anni in attesa di quel futuro, accelero il passo e gli corro in contro.
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Bastardo scrivi
scrivi schiaccia spremi comprimi
crea il solco e seguilo con lo sguardo
aspetta il sonno
tuo boia anche questa volta
ti resisti a soccombere.
Cosa ancora non hai chiuso oggi?
Ho bisogno di te
in questo sterminato campo rosso e bianco.
(San Pere de Ribes, BCN, giugno 2009)
Rifletto ombra o forse dell’ombra sono riflesso? Narciso delle tenebre, mi accompagna sfoggiando parrucca e ali d’angelo. Ne evito lo sguardo riflesso e nell’oscura voragine che mi divide la celo con timore. Vorrei potertela presentare, darle un nome e una dimensione, ma non posso. Vorrei poterla sacrificare in tuo onore, farne una veste, uno scialle, un paio di scarpe, ma mi è impossible. Mi piacerebbe poterla appendere fuori dalla finestra a scacciare spiriti e fantasmi, o lasciarla sventolare al vento sul tetto di casa, come una bandiera pirata. Ma anche questo lo sai, non è possibile.
Tutto questo parlare d’ombra, questa docile e serena rinuncia, nient’altro è che un grato omaggio alla mia oscura consorte. L’ombra che riposa senza sonno, che durante il giorno quieta mi accompagna e che nella notte s’immerge e divora, è lei la protagonista della luce che illumina le mie giornate e a cui devo essere grato per il profondo chiaroscuro della mia esistenza.
Schiaccio la realtà in un barattolo di latta, dodici d’altezza sei di diametro.
Ne avanza sempre un poco, poi chiudo.
I.
Avanti confusamente, avanti a tentativi e a tentoni saltando ostacoli inciampando cadendo e rialzandomi o forse no, razzolando al suolo, mangiando terra o guardando il cielo.
II.
In circolo, in recinto, in una stanza a volte buia a volte illuminata da prossime e indefinite luminescenze o da bagliori remoti. Ora giro in giro, giro in circolo costruisco e giro in circolo tra pareti di cemento giro in giro. A volte un bagliore, una luce riflessa, chissà un segno di vita di vitalità di un sentire o di una esistenza. Forse un pertugio o forse no, solo un luccichio d’umidità, una lento filtrare d’acqua. Continuo a girar in giro, ad ogni circonferenza la stanza è più piccola e girando in giro sempre più rapido sempre più stretto mi chiedo cosa sarà mai di me una volta al centro di una stanza che non più stanza è, ormai immobile, ormai cieco e inerme, giungerà forse il momento in cui imprigionato dalla ragione potrò finalmente innalzarmi libero sospinto dalla follia più in là di questo recinto, più in là delle sue pareti di cemento più in là del suo stesso isolamento.
(Barcelona, 2008)
Nell’oscurità i riflessi di luce prendono forma, ombre di luce nel negativo del giorno. Finalmente si rompe l’insonne solitudine, appaiono maschere grottesche ridendo sguaiatamente, pastori silenziosi brancolando nel buio e con loro guide senza guida, un albero senza natale, cinque dieci cento dita medie senza mezze misure. Tutto ciò a cui non ho pensato durante il giorno inizia a gridare assordante, una chiassosa comitiva di questioni posticipate si affaccia chiedendo attenzione. Provo a quietar la moltitudine con pensieri gradevoli, moti d’ottimismo, limpidi propositi e facili promesse.
Ladri! Fetidi ladri o voi che con il mio sonno fuggite saltando pecore e schivando ciechi pastori ondeggianti nel buio. Dove fuggite o ladri, forse laggiù, dietro la collina dei sogni dimenticati, laddove giace il tempo perso? O forse è una corsa verso il nulla, un correre infinito, un eterno guardie e ladri con l’unico scopo di sfinire l’inseguitore? Che sia quindi, che inseguendo il sogno possa estenuato stramazzare al suolo (io da sempre un estenuato stramazzare) e trovare finalmente la stanca quiete del sonno.