Robó un puñado de palabras cuando la tarde se deshacía al horizonte; eran palabras secas, agrietadas, ásperas al tacto.
En una noche surcada de silencio, hizo de estas palabras un tótem sin rostro para que el viento le diese vida y la mar ternura.
Él ya no estaba cuando el ayer se hizo susurro y la mañana fluctuaba como un nuevo vocabulario entre partículas de palabras robadas.
Quella pietra chiara e bubbosa, scelta tra centinaia di pietre per forma colore e testura, per le sue caratteristiche scelta da accudire e annaffiare lungo il tempo fino all’ultimo giorno, ebbene, quella pietra quasi con disprezzo sostituì due mesi dopo, annoiato e infastidito, saturo di quelle stesse caratteristiche che la resero tra centinaia di pietre speciale ed unica.
(Barcelona, novembre 2009)
La Dama di Ghiaccio perse di vista il mondo in un rosso e soffocante agosto, quando il cammino di ritorno a casa evaporò rapidamente dietro ai suoi passi. Erano passi silenziosi e stretti come di chi a stento si regge. Si teneva stretta, impaurita, a punto di rovinare al suolo in mille schegge di cristallo.
La Dama ritrosa, dai desideri incrostati alle pareti del passato, rinchiusa nel suo castello di carte trascorse quel che restava dell’anno piangendo stalattiti di ghiaccio.
Se mai qualcuno andasse a cercarla, la troverebbe nella sua camera frigorifera distesa su un freddo letto di marmo e circondata dalle carcasse macellate dei suoi ricordi. La Dama di Ghiaccio si fossilizzò nello stratificarsi delle stagioni; si lasciò andare e cullandosi nell’illusione di potersi sciogliere nel nulla, continuó in eterno a fare dell’umidità ghiaccio e del ghiaccio vita.
Gira il collo a fatica, prima a sinistra, poi a destra. Stira schiena e spalle fino a sentirle scricchiolare e continua ad osservare attorno a sé. Prima a sinistra, poi a destra. Torcicollo e ospite gratuito sui tavolini di Mc Donald’s sotto i portici.
Aspetta il segnale convenuto prendendo appunti. Trascrive sommariamente le informazioni raccolte in giornata. Informazioni trasversali, soffiate e passaparola. Un traditore.
Hoy sale un dedo por mi zapato. Seguro estoy que mío no es. Me pregunto si mañana también saldrá un dedo de desconocido por mi zapato. Sí, probablemente mañana también.
Hoy un dedo está clavado en mi frente. Por lo menos eso parece. Un dedo arrancado de una mano, sin sangre, ya cicatrizado. El dedo agita el culito, no entiendo si quiere sacarse o penetrar más a fondo. Me pregunto si mañana también tendré un dedo de desconocido clavado en mi frente. Seguro que sí, mañana también.
Hoy dudo del dedo, mañana también.
Svegliato d’improvviso segno l’ora con biro nera. Chi sono? Sono? Quando sono?
Non dormo. Mi giro nel letto e non dormo. Accuso il primo caldo, la prima notte calda e afosa di questo umido anno. Mi siedo sul letto e osservo la stanza che ad occhi chiusi pareva più scura. Per un attimo vedo Sara correre, forse non sola, dove non so.
In piedi in cucina mi rollo un cannone. Sveglio per caldo e scarafaggi giro tabacco e hashish e spero in un prossimo sonno.
La vedo muoversi velocemente
per un attimo
prima della cucina
prima della sua luce fredda
prima delle sue sedie
prima del suo disordine.
Mi siedo, accendo la canna goffa e incerta. Come filtro, un fondo di Camel. Tiro e penso che mi sto muovendo attorno al sole.
(Bologna, 2002)
Dormo sotto una luce stroboscopica,
luce e buio si alternano in frazioni di secondo.
Luce.
Occhi aperti verso il soffitto
braccia dietro alla nuca
caviglie sovrapposte.
Buio.
Occhi aperti verso il soffitto
braccia dietro alla nuca
caviglie sovrapposte.
Luce.
Appoggiato sul fianco destro
mani sotto la guancia
ginocchia piegate.
Non trovo la posizione giusta.
Dormo sotto una luce stroboscopica,
o almeno ci provo.
Tengo gli occhi aperti
un attimo.
Buio.
Negativo di superficie,
a pochi centimetri ruvido cemento.
Negativo di grigio.
Spalla destra strofinata ripetutamente,
mani conserte,
dorso della mano sotto la guancia destra.
Luce.
Appoggiato sul fianco destro
mani sotto la guancia
gambe distese.
Non trovo la posizione giusta.
Dormo sotto una luce stroboscopica,
o almeno ci provo.
(Bologna, 2002)