La realtà rimasta incollata come un vestito bagnato, era ieri un cortile; un cortile illuminato nell’ora che divide il giorno, un cortile stretto da muri alti come muraglie, muri grigi e opprimenti ma mai, mai invincibili, neppure ora, nell’oscurità che unisce x con z e y, soprattutto ora, nell’ora del finalmente.
Nell’oscurità i riflessi di luce prendono forma, ombre di luce nel negativo del giorno. Finalmente si rompe l’insonne solitudine, appaiono maschere grottesche ridendo sguaiatamente, pastori silenziosi brancolando nel buio e con loro guide senza guida, un albero senza natale, cinque dieci cento dita medie senza mezze misure. Tutto ciò a cui non ho pensato durante il giorno inizia a gridare assordante, una chiassosa comitiva di questioni posticipate si affaccia chiedendo attenzione. Provo a quietar la moltitudine con pensieri gradevoli, moti d’ottimismo, limpidi propositi e facili promesse.
Ladri! Fetidi ladri o voi che con il mio sonno fuggite saltando pecore e schivando ciechi pastori ondeggianti nel buio. Dove fuggite o ladri, forse laggiù, dietro la collina dei sogni dimenticati, laddove giace il tempo perso? O forse è una corsa verso il nulla, un correre infinito, un eterno guardie e ladri con l’unico scopo di sfinire l’inseguitore? Che sia quindi, che inseguendo il sogno possa estenuato stramazzare al suolo (io da sempre un estenuato stramazzare) e trovare finalmente la stanca quiete del sonno.
Dormo sotto una luce stroboscopica,
luce e buio si alternano in frazioni di secondo.
Luce.
Occhi aperti verso il soffitto
braccia dietro alla nuca
caviglie sovrapposte.
Buio.
Occhi aperti verso il soffitto
braccia dietro alla nuca
caviglie sovrapposte.
Luce.
Appoggiato sul fianco destro
mani sotto la guancia
ginocchia piegate.
Non trovo la posizione giusta.
Dormo sotto una luce stroboscopica,
o almeno ci provo.
Tengo gli occhi aperti
un attimo.
Buio.
Negativo di superficie,
a pochi centimetri ruvido cemento.
Negativo di grigio.
Spalla destra strofinata ripetutamente,
mani conserte,
dorso della mano sotto la guancia destra.
Luce.
Appoggiato sul fianco destro
mani sotto la guancia
gambe distese.
Non trovo la posizione giusta.
Dormo sotto una luce stroboscopica,
o almeno ci provo.
(Bologna, 2002)
Le scale sono ripide, i gradini si susseguono alternando altezze e spessori. In larghezza cinquanta, forse sessanta centimetri. Quindici in profondità. Strofino la spalla destra sull’intonaco vecchio di decenni. Il tessuto ruvido raccoglie polvere e frammenti. Accumulo sporcizia con vanità, accolgo lordume gradino per gradino e me ne compiaccio. Non mi arresto, il percorso è lungo, o almeno così mi hanno detto. Non vedo la fine della scalinata, il buio la inghiotte, onesto e impietoso non concede speranze, facili promesse, riflessi d’opinione. Non ho fretta. Prolungo rallentando, convinto di un’infinita salita. Non ho fretta, lascio spazzolate d’intonaco alle mie spalle e buio ad accogliere i momenti di poco precedenti. Lascio che la polvere sollevata si depositi nell’oscurità e che tappeto diventi per un percorso che nessun occhio mai potrà svelare. Non ho fretta, no. Perché mai arrancare confondendo una meta certa con un percorso sconosciuto? Talvolta mi arresto, spossato. Appoggio la schiena alla parete e mi riposo. Capita di strofinare cotone grezzo in verticale, lungo il muro. Mi adagio sui talloni, rovesciandomi intonaco sulla testa, impolverandomi capelli e spalle. Momenti che scanditi appaiono regolari secondo un computo temporale prestabilito sono, lungo il percorso, distorsioni imprecise senza inizio né fine. Mi sono scoperto a ridere sguaiatamente, addormentato contro la parete. Testa china, ginocchia piegate, culo sporco. Non ricordo nulla di quei faticosi cedimenti. Sonni senza sogni, riposi senza ricordi. Solo sensazioni collose simili a racconti di vite estranee. Ho lasciato che il silenzio si riempisse di spesse certezze, convinzioni intime non necessarie ad espressione. Inutilmente confessabili, inconfutabili, stinte fuori, cariche dentro. Rialzarsi, non sempre è piacevole. Spesso faticoso, costretto dal tempo. Seduto su quel gradino, cinquanta forse sessanta per quindici di profondità, il tempo non scorre, mi aspetta. Non posso sperare che venga a mannaia. Non posso chiedergli di andare avanti, di precedermi che poi lo raggiungo. No, non posso. Mi sono rialzato spingendomi sul gradino successivo, altre volte sfruttando quello precedente. Solo al primo rialzarmi ho scosso la testa e strofinato capelli e spalle per ripulirmi dalla polvere. Un gesto dovuto ad un’idea.
La necessità di un punto di partenza.
A fuoco.
Da qualche parte poserai lo sguardo
anche solo per capire dove poggi i piedi.
Osservare un punto fermo non brucia, non ustiona.
Provo a dirti
apri gli occhi e non curarti del buio.
Osserva il buio, il nulla dietro di te.
Parole queste
nate per dare corpo a fantasmi.
Pallidi riflessi di penombra
scacciati da una luce improvvisa.