Atravieso la oscuridad a pasos lentos mirando la torcida geometría dibujada por la luna.
Geometría del vacío que ilumina la nada, que calla el silencio, que rompe la oscuridad y recorta el espacio de tu ausencia.
Es luna de final de invierno que proyecta luz de un (ya) lejano agosto. Es el recuerdo de ti, de mi, del lazo que unió a dos mares y de los suspiros llevados por el viento.
(Barcelona, febrero 2010)
La Dama di Ghiaccio perse di vista il mondo in un rosso e soffocante agosto, quando il cammino di ritorno a casa evaporò rapidamente dietro ai suoi passi. Erano passi silenziosi e stretti come di chi a stento si regge. Si teneva stretta, impaurita, a punto di rovinare al suolo in mille schegge di cristallo.
La Dama ritrosa, dai desideri incrostati alle pareti del passato, rinchiusa nel suo castello di carte trascorse quel che restava dell’anno piangendo stalattiti di ghiaccio.
Se mai qualcuno andasse a cercarla, la troverebbe nella sua camera frigorifera distesa su un freddo letto di marmo e circondata dalle carcasse macellate dei suoi ricordi. La Dama di Ghiaccio si fossilizzò nello stratificarsi delle stagioni; si lasciò andare e cullandosi nell’illusione di potersi sciogliere nel nulla, continuó in eterno a fare dell’umidità ghiaccio e del ghiaccio vita.
L’ha lasciata sola in un angolo dopo averla allontanata bruscamente. Ora gira libero e perso, fuggendo dalla solitudine di colui che è incapace di sentire. È solo, allo sbando, lui e la sua pietra. Sisifo d’amore, debole e fiero della sua intima abilità, egocentrico rapace, arido inseminatore di terre fertili, cieco conquistatore d’immagini riflesse in costellazioni di specchi, immemore si muove di vita in vita, essendo di ciascuna una storia, di sé stesso mille menzogne.
Me la immagino scorrere davanti agli occhi
fluida, leggera
cotone e lino bianco.
La fermo con serenità in una qualsiasi strada del centro.
La stringo a me
con forza le chiedo di credere in me
mi risponde per due.
Seduto davanti ad un muro,
ampio
bianco
bianco smaltato
freddo nudo.
Sedia vuota tra me e il muro.
Lei non c’è
l’ho aspettata per ore guardando nel vuoto.
Sopra di me la caldaia si accende e si spegne
si accende e si spegne con regolarità.
Nell’oscurità i riflessi di luce prendono forma, ombre di luce nel negativo del giorno. Finalmente si rompe l’insonne solitudine, appaiono maschere grottesche ridendo sguaiatamente, pastori silenziosi brancolando nel buio e con loro guide senza guida, un albero senza natale, cinque dieci cento dita medie senza mezze misure. Tutto ciò a cui non ho pensato durante il giorno inizia a gridare assordante, una chiassosa comitiva di questioni posticipate si affaccia chiedendo attenzione. Provo a quietar la moltitudine con pensieri gradevoli, moti d’ottimismo, limpidi propositi e facili promesse.
Ladri! Fetidi ladri o voi che con il mio sonno fuggite saltando pecore e schivando ciechi pastori ondeggianti nel buio. Dove fuggite o ladri, forse laggiù, dietro la collina dei sogni dimenticati, laddove giace il tempo perso? O forse è una corsa verso il nulla, un correre infinito, un eterno guardie e ladri con l’unico scopo di sfinire l’inseguitore? Che sia quindi, che inseguendo il sogno possa estenuato stramazzare al suolo (io da sempre un estenuato stramazzare) e trovare finalmente la stanca quiete del sonno.